Samedi 8 novembre 2008 6 08 /11 /Nov /2008 18:54

1

Se entri
nella tenue foschia della coscienza
e,tra specchi e dirupi, filo d'erba
resisti
ogni apparenza annientando ,
guardo a un lume remoto sconfinando
da una cella di libri senza miele,
a tentoni ritrovo sullo stipite
i rari segni della mia crescenza
e un nome inciso con segreto amore.

2

Alberi, alberi che fuggono alle spalle
ma l'uniformità del quadro annulla
il senso dell'andare, non diverso
dalla vita che sta,pur consumandosi
in un perenne movimento, in uno
slancio più forte dell'aridità.
Siena, forse la fradicia stazione
primaverileda cui l'uomo parte
per le stasi future intervallate
da faticossi guadi, da altre immagini
pericolanti della città fantasma.
E già vedo al di là d'ogni cristallo .
Tutti saranno già da tempo morti,
mio figlio solo un albero gigante
alla cui ombra non avrò ricetto,
e subito, sul ciglio del finire,
un ponticello instabile, gettato
non so da chi,nè su che vuoto , dove
il piede rattrappito tenterà
il suo ultimo gioco d'equilibrio
in un paesaggio rovesciato, assurdo,
privo di punti di riferimento,
dappertutto illusori precipizi
per immobili ombre e simulacri.

3

Una zuffa monotona di mosche
su un residuo di zucchero, e poi nulla
se non strappi a ritroso di pensieri
dentro un'infinità d'inceri eventi,
analogie tra impurità, fittizi
disegni e i rimasugli
di cibo, gli stecchini di traverso
sulle macchie violacee :
se non la nausea soffocata , siena
profilata nel cielo, il viaggio ancora
da compiere, segmento
senza cartelli indicatori, al centro
d'un luogo prenatale o d'oltretomba.

4

Tornando,divagando per non cedere
al mutuo fuoco semispento, per
lasciare le penombre come un altro
scorcio di vita le lasciò, ti guardo
controluce, trattengo
il mio fischio di merlo incorrisposto,
gentile un tempo, tetro
adesso, intento a mordere tabacco
seminascosto da un'estranea spalla.

5

Se a una più lunga fissità di sguardo
non appare immobile il mattino
ma lievissimamente fluttuante,
quasi ogni forma , ogni figura e cosa
con incerti contorni trasparisse
di là da un invisibile cristallo ,
perdo d'un tratto il numero dei giorni,
nè il discorde brusio mi tocca, il suono
delle trombe levatesi alla torre,
la frenesia dei drappi e dei tamburi
nella congliglia reclinata. Agli occchi
più deboli è rifugio un cono d'ombra,
e m'interrogo intanto sul finito
e l'infinito, sull'oscurità
della vita ogni volta uno s'illude
di riafferrare i propri lineamenti
corruttibili, anello dentro un anello,
i punti di trapasso, i nodi , il senso
di sè nel gorgo che si ricompone.

6

Nello spazio sbiancato
passano come passavano
le minuscole ombre,
spendono e si oscurano le vetrate,
le stesse che incredibili apparivano
ai degenti poi morti.
Pendii strapiombi mura tortuose
roteano come in un turbine d'inferno
nell'interiore sinistra quiete,
vortica sbilaciandosi anche il tufo
con epigrafi e lastre intorno a un viso
riconosciuto e subito perduto.

7

In un raggio allo sguardo insostenibile,
piccolo essere perfetto,
fuggi alla torre ,al'argeto delle trombe,
cresci nella profondità
argenteo e misterioso come un pesce
mai visto,t'inoltri
nei vicoli , e già le prime
trame dialettiche, vertiginosa scala,
la mente inerpica quasi niconsapevole,
l'uomo nascosto ride a priori , occhieggia
dallo scheletro in miniatura,
fa ridere anche chi ha perduto il riso.


8

Di cava in cava,macchia dopo macchia ,
viottoli che sprofondano e risalgono
verso casali abbandonati ,
vagamente ricordano altre vie,
risuscitano in me spenti pensieri.
Come corrispondenze o anelli che uno 
nell'altro entrano e taciti si saldano,
età in età infelice per occulto 
disegno. Andare è riscoprire un filo 
tra nodi inestricabili smarrito. 

9

O tu che dormi là
riconosci il viandante che si siede
e resta assorto
quanto si protrae l'ombra del cipresso
da te vivo a te morto
nel pensiero di come un solo gesto
scolorì la tua brace
nel quanto di mistero è in questo soffio
d'anima che ricevo in un bagliore
dalla morta miniera di me stesso.
Riconosci l'imbelle l'indeciso
l'incredulo il superbo il latitante
con i segni che porto
del tempo che trafuga adegua leviga
e mi fa pietra accanto alla tua pietra.







Par Enzo Mazza - Publié dans : Quadernetto senese
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Commentaires

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Commentaire n°1 posté par dissertation le 21/01/2010 à 09h18
je ne comprends pas l'anglais
Réponse de michel prunier le 24/01/2010 à 10h21
chacun est libre d'administrer son blog comme bon lui semble .
Commentaire n°2 posté par prunier le 24/01/2010 à 10h23

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